Fahrenheit 9/11
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Intervista a Michael Moore

Letto: 29 volte | Commenti: 0 | Postato il: 30-01-2006

Dopo il film ho deciso di raccogliere qualche informazione.

Michael scatenato: colloquio con Michael Moore
di Javier del Pino, tratto da "L'espresso", n.31 2004
Michael Moore è enorme. Nella stanza in cui mi riceve, la poltrona su cui siede sembra sul punto di cedere e la distanza tra le quattro pareti appare ridotta dal volume della sua massa corporea. Beve Coca-Cola. È vestito da perfetto americano, "di quelli che vanno in giro per il mondo parlando ad alta voce e dicendo sciocchezze", sostiene senza mai togliersi il berretto da baseball che lui trasforma in una dichiarazione di principio. 'Made in Canada', si legge a grandi lettere.
Faccia a faccia, bisogna avere del coraggio per dichiararsi nemici di un uomo di tale stazza. Faccia a faccia, nessuno lo fa. Nessuno vuole discutere con lui. Il suo dominio del populismo e la convinzione di essere nel giusto trasformano Moore in un fenomeno cinematografico, mediatico e letterario singolare. Tutti fuggono da Moore: i suoi nemici, per puro disprezzo, e i suoi amici per paura di contaminarsi con le posizione estreme del cineasta.

"È stato solo un sogno?", chiede Moore agli spettatori nella sequenza che apre il suo ultimo film, 'Fahrenheit 9/11'. Le immagini, scelte con precisione da stratega politico, mostrano lo svolgimento di una festa che sembra davvero tratta da un sogno trasformatosi in incubo: Al Gore celebra su un palcoscenico la sua vittoria elettorale in Florida. Il mondo intero, compreso Al Gore, aveva ricevuto la notizia della vittoria democratica in quello Stato durante le ultime elezioni presidenziali. Le televisioni avevano appena detto al mondo intero e ad Al Gore che George W. Bush aveva perso le elezioni.
Il sogno durò pochi minuti, prima che alcuni mezzi di comunicazione riconoscessero di aver commesso uno degli errori più vergognosi in una storia che ne contava già tanti. 'Fahrenheit 9/11' era nato come denuncia contro il riconteggio dei voti della Florida (che Moore riteneva fraudolento) e contro la decisione della Corte Suprema (arbitraria e illegale, secondo il regista) di dichiarare vincitore Bush.

L'11 settembre ha cambiato il senso del film. Dell'idea iniziale, rimane solo la prima sequenza. Questo è un film pieno di errori, alcuni riportati nelle immagini e altri, secondo quanto dicono quelli che odiano Moore, commessi apposta dal regista stesso. Moore, infatti, è molto odiato nel suo paese, tanto che il suo cognome figura al primo posto nella lista degli American-haters, i cittadini che commettono il peccato sacrilego di criticare il loro paese (e per di più in tempo di guerra!), come ricorda insistentemente il governo di Bush.
Ora la sinistra ha la sua 'Passione di Cristo', un prodotto cinematografico verso il quale gli elettori democratici mettono in atto un pellegrinaggio di massa. Non sappiamo se i repubblicani si affaccino nelle sale a vedere un film che, in definitiva, dimostra la loro stupidità come elettori per aver votato questo presidente.

Si esce dal cinema obbligatoriamente indignati, alcuni per ciò che si dice, e altri per come si dice. Il metodo cinematografico di Moore è apertamente demagogico, quasi manipolatore, ma reclama il suo diritto a raccontare la storia attraverso la sua visione ideologica. E la dice lunga il fatto che i suoi critici dedichino più tempo a scovare le bugie di Moore di quanto ne dedicarono a indagare sulle altre bugie, quelle di cui il film ci parla. Attualmente, Michael Moore è un animale pubblicitario tutto preso da una missione che lui stesso si è assegnato: fare il possibile perché Bush perda le prossime elezioni.
Nessuno avrebbe potuto usare con più abilità una successione di immagini che erano per lo più già a disposizione di chi avesse voluto metterle in sequenza. Ma lui, da una parte taglia, dall'altra aggiunge, si infiltra, fa ridere e fa piangere: tutto è ben confezionato in modo che Bush, alla fine del film, sia ritratto come Moore ritiene che sia: un perfetto imbecille.

È solo un sogno? Aveva mai sognato di apparire sulla copertina di 'Time'?
"Mai. Non ci avevo mai pensato. Sono ancora in uno stato confusionale".

A Cannes sembrava sincero. Che davvero non si aspettasse di vincere la Palma d'Oro.
"Non solo non me lo aspettavo: mi avevano riferito che non me l'avrebbero data. Quelli della Miramax mi avevano perfino detto che me ne potevo andare".

E così, se ne è andato.
"Sì. Sono andato alla cerimonia di laurea di mia figlia. E proprio mentre stavo lì con lei, suona il telefono e mi dicono: 'Devi tornare. Ti daranno un premio'. Ma mi spiegarono che era uno dei premi minori, non la Palma d'Oro".

Nemmeno quando è arrivato ha scoperto che sarebbe stata la Palma d'Oro?
"Assolutamente no. Quando mi dissero che mi avrebbero dato la Palma d'Oro mi ricordai che due anni fa, quando ero lì con 'Bowling for Columbine', chiamarono Ken Louch dicendogli di tornare di corsa perché gli avrebbero dato la Palma d'Oro. Poi non gliela diedero e lui rimase lì seduto. Così, pensai: Dio mio, sarò come Ken Louch (ride). E quando Tarantino ha detto: 'Fahrenheit 9/11', ho dovuto ripeterlo varie volte nella mia testa e chiedermi: sei sicuro che abbia detto 'Fahrenheit 9/11'? Non è possibile".

Che discorso ha preparato per quando le daranno l'Oscar, l'anno prossimo?
"Lei crede davvero che mi faranno salire di nuovo su quel palcoscenico?".

Beh, lei ha dato spettacolo l'anno scorso...
"Non credo che sia il tipo di spettacolo che gli piace" (e ride).

Dopo quel discorso contro Bush e la guerra in Iraq trasmesso in diretta televisiva, ha più potuto passeggiare per strada e tornare alla vita di sempre?
"No. Tutti i giorni, assolutamente tutti, mi insultavano per strada. Mi dicevano di tutto. La gente, per strada, mi sputava addosso".

Quando parlo con gente del partito repubblicano o di quello democratico o con uomini dello staff della campagna elettorale di Bush e Kerry, nessuno vuole darmi un'opinione sul suo film. È chiaro che i repubblicani vogliono ignorarlo e che i democratici non vogliono trovarsi vincolati a 'Fahrenheit 9/11' forse perché lo considerano troppo estremista.
"Lei ha ragione, ma mi permetta di dirle che tanto i repubblicani che i democratici sbagliano a comportarsi così. La Casa Bianca non avrebbe dovuto ignorare questo film perché adesso è diventato una valanga di neve che scende dalla montagna e che non possono più fermare. Avrebbero dovuto preparare una riposta invece di pensare che l'effetto di questo film svanirà con il tempo. Questo non avverrà".

E i democratici? Non si sente deluso dal fatto che non tentino nemmeno di approfittare dello strumento politico che lei gli ha regalato?
"Non sono deluso, ma nemmeno sorpreso. È quello che fa sempre il partito democratico: non prende mai una posizione concreta su una cosa. Non ha il coraggio né la forza per reagire. Non fu nemmeno capace di lottare per rivendicare il risultato delle elezioni che aveva vinto. Il partito democratico è così, è patetico".

Non mi dirà che con questo film non gli fa un favore.
"Credo che questo film può servire per salvare il partito democratico dai suoi difetti. Come vede, io sto facendo il lavoro che toccava a loro in questi tre anni e mezzo. Per loro, questo film deve essere imbarazzante. Che diranno adesso? (Fa la voce da scemo) Eeeeh. mi sembra che forse non avremmo dovuto votare a favore di quella guerra. Eeeeh. mi sembra che forse non avremmo dovuto votare a favore del Patriot Act (le leggi che limitano la privacy dei cittadini, ndr)".

Ma al suo debutto a Washington era circondato da uomini del Congresso e senatori democratici.
"La metà dei senatori democratici è venuta alla prima e alla fine del film tutti si sono alzati ad applaudirlo".

Anche Tom Daschle, che nel film fa una pessima figura per aver appoggiato Bush nella guerra.
"Anche Tom Daschle. E non solo è venuto alla prima, ma poi mi ha anche abbracciato. In fondo, è una brava persona, ma ha bisogno..."

Che qualcuno gli dia una spinta?
"Esatto. Ha bisogno di una spinta".

Anche John Kerry?
"John Kerry è una brava persona. L'ho sempre ammirato fin dai tempi del suo attivismo contro la guerra del Vietnam. Ma succede anche a lui quello che succede agli altri democratici: è nervoso e ha paura. Per questo ha votato a favore della guerra e del Patriot Act. Come può difendere adesso un film che dimostra che quel voto fu un errore? Ma non mi importa. Glielo dico sinceramente. Quando cominciai a lavorare a questo film, John Kerry non esisteva. Non è un film contro Bush e pro Kerry. Parla di cose più importanti: il nostro paese, il resto del mondo...".

Fece bene Al Gore ad accettare la sconfitta elettorale quando la Corte Suprema si espresse a favore di Bush?
"Assolutamente no. Avrebbe dovuto chiedere agli americani di scendere in strada a manifestare senza violenza. Avrebbe dovuto bloccare il paese finché il governo non fosse stato restituito alla maggioranza. E la maggioranza non ha votato per George W. Bush".

Crede che gli elettori abbiano imparato la lezione che tutti i voti contano?
"Spero che tutti abbiano capito che il proprio voto non è solo un voto in più, ma un voto che conta molto" (nel 2000 Moore votò per il 'verde' Ralph Nader, ndr).

Ci sono pagine e pagine, e immagino anche libri stampati, che cercano di dimostrare che alcuni dei fatti che lei dà per certi sono falsi. Chi l'aiuterà a dimostrare il contrario?
"Ho assunto tre équipe di documentazione e ricerca e tre avvocati. E ho assunto gli archivisti della rivista 'New Yorker', che ha il dipartimento di documentazione più rispettato degli Stati Uniti".

Li ha assunti prima o dopo l'uscita del film?
"Prima, prima. E quando finii di montarlo, dissi loro : 'Fatelo a pezzi. Trovatemi qualcosa che sia falso'. E, in molti casi, quello che i miei aiutanti hanno fatto è stato di darmi ulteriori informazioni di cui non ero a conoscenza sui fatti raccontati dal film. Tutto quello che dico nel mio film è irrefutabile".

Ci sono, però, dei suggerimenti scorretti. Ci sono cose che lei non dice, ma insinua e lì sta il trucco.
"Mi dica che cosa".

Lei suggerisce che a un gruppo di potenti cittadini dell'Arabia Saudita, tra cui vari membri della famiglia Bin Laden, fu permesso di lasciare gli Stati Uniti quando lo spazio aereo era ancora chiuso. Questo non è vero, partirono quando lo spazio aereo era stato riaperto.
"No. Il 13 settembre si organizzò un volo privato da Tampa a Lexington. Il quotidiano 'St. Pettersburg Times' lo ha scritto. Di fatto, la Commissione sull'11 settembre ha riaperto le sue indagini quando ha saputo che questo aereo volò con il permesso della Casa Bianca nonostante lo spazio aereo fosse chiuso".

Ma così come lei lo racconta nel suo film sembra che i 142 cittadini sauditi uscirono dagli Stati Uniti quando lo spazio aereo era chiuso, mentre si trattò solo di un aereo privato e di un volo nazionale.
"Sì, ma quando cominciò a riaprirsi lo spazio aereo permisero subito ai sauditi di spostarsi in aerei privati per tutto il paese. E quando venne finalmente aperto ai voli internazionali, erano i primi in fila. I primi avrebbero dovuto essere gli stranieri che erano qui da nove giorni con i loro biglietti in mano senza poter partire. I sauditi e i Bin Laden non avevano biglietti. Vivevano qui. Andavano a scuola e lavoravano in questo paese. Perché li fecero passare per primi? È legittimo chiedersi perché i sauditi e i Bin Laden vennero messi al primo posto quando erano stati i sauditi e i Bin Laden ad uccidere 3 mila persone".

Ha cercato la versione del governo saudita?
"Non dicono niente. Che devono dire? Che non hanno dato 1.400 milioni di dollari alla famiglia Bush in investimenti industriali, ai Bush e ai loro amici, nel corso degli ultimi trent'anni? Possiamo dimostrare che hanno dato fino all'ultimo centesimo di questa somma, fino all'ultimo centesimo".

Mentre avanzavano i preparativi della guerra contro l'Iraq, lei crede che si sarebbe potuta evitare l'invasione?
"Oh, era inevitabile. Quella decisione era stata presa ancor prima di vincere le elezioni. Ah, scusi, non vinsero le elezioni, gliele regalò la Corte Suprema. La guerra in Iraq era pianificata da molto tempo. Per questo, l'11 settembre, Bush dice a Richard Clark, il capo dell'antiterrorismo della Casa Bianca: 'Che facciamo con l'Iraq? Andiamo a prenderci l'Iraq!'. E gli dissero: 'Ma che c'entra l'Iraq con tutto questo?'. E Bush: 'Che me ne importa. Andiamo a prenderci l'Iraq!'. Avevano una scusa e in quel momento l'opinione pubblica glielo avrebbe lasciato fare".

Quando cominciò la guerra, i mezzi di comunicazione degli Stati Uniti adottarono una posizione tanto asettica nelle immagini e tanto patriottica nella narrazione che era difficile sapere davvero ciò che stava succedendo. Erano a favore della guerra anche loro?
"I media fanno parte del mondo imprenditoriale. E il loro compito è esaltare chi comanda".

Il loro compito è anche quello di informare gli elettori o gli spettatori sul numero di vittime civili nelle guerre.
"E dove sono queste informazioni? Non sono mai state pubblicate. Per questo la gente piange durante il mio film quando vede bambini iracheni morti, quando vede quella donna anziana che piange tra le rovine della sua casa bombardata. La gente negli Stati Uniti rabbrividisce quando vede queste cose perché non le ha mai viste. Dove poteva vederle? Quando si accusa il mio film di scorrettezza, mi dica che cosa c'è di corretto rispetto a quella donna tra le rovine della sua casa. Mi sto forse inventando qualcosa? Ma non si azzardano a venire da me per dirmi che cosa c'è che non va nel mio film, perché se lo facessero perderebbero, perderebbero lo scontro morale. Per questo non vogliono discutere. Dicono solo: 'I sauditi non se ne sono andati prima che riaprisse lo spazio aereo'. Questo è tutto quello che fanno; criticano qualcosa che non si dice nel film e fuggono dal vero dibattito".

La sua fama è enormemente cresciuta dopo 'Bowling for Columbine' e il suo discorso alla cerimonia degli Oscar. Questo le ha facilitato o le ha complicato il lavoro in questo film?
"È stato tutto più difficile. Ho dovuto cercare altri modi per ottenere le immagini".

Pagando?
"A volte pagando".

Come si ottiene un video in cui il numero due del Pentagono, Paul Wolfowitz, lecca un pettine per tenersi la frangetta e poi si aggiusta la pettinatura con la saliva?
"Lo aveva una delle grandi reti americane e me l'hanno dato. C'è tanta brava gente nei network, gente delusa dal lavoro che fa in quelle reti o dal lavoro che non si fa".

Sa che molti la chiamano 'il comico Michael Moore'? Lei fa della commedia?
"Non sono mai stato un comico, anche se a scuola mi diedero il premio come alunno più comico. Immagino di avere un buon senso dello humour date le mie origini irlandesi. Ma non è la mia specialità".

Spesso l'accusano di essere egocentrico. Lei si fa vedere molto nei suoi film, anche se in 'Fahrenheit 9/11' appare di meno.
"Il fatto è che Bush è insuperabile come commediante. Bush appare molto più di me perché è molto più divertente".

Si nota un certo sarcasmo.
"Infatti lo dico con sarcasmo".

Fino a che punto ha pensato agli spettatori europei o stranieri quando ha cominciato a scrivere questo film?
"Con un film come questo, penso e spero che gli europei capiscano che gli Stati Uniti non sono completamente impazziti, che ci sono milioni di persone che pensano e credono nelle cose in cui credo io. E, come dimostrano le cifre del mio film, negli Stati Uniti ci sono milioni di persone che vogliono vedere e sapere la verità. Non vogliono accettare le stesse stronzate che il governo Bush propina con i mezzi di comunicazione ogni sera. Spero che quando gli europei vedranno il film capiranno che c'è una piccola speranza, che forse alcuni americani metteranno fine a tutto ciò nelle urne".

Ha deciso quale sarà il suo prossimo film?
"Ancora non ne sono sicuro. Ho riflettuto un po' su alcune idee: il sistema sanitario del mio paese, il conflitto tra israeliani e palestinesi, il fatto che sta finendo il petrolio.".

Chi glielo produrrà?
"Grazie ai milioni di americani che sono andati a vedere 'Fahrenheit 9/11' non dovrò più preoccuparmi di chi mi finanzierà".

Ha guadagnato tanto da poter pagare di tasca sua?
"Sì, se necessario adesso posso farlo".

E non la preoccupa il fatto che questa posizione economica la possa allontanare dalla società?
"No. I soldi mi danno la libertà di fare quello che voglio. È quello che ho fatto sempre, ma adesso non devo andare in giro a mendicare".

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