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La nuova commedia

Letto: 55 volte | Commenti: 0 | Postato il: 20-02-2009

Il 2 maggio al Civico di Vercelli, il 16 a Stroppiana. E poi...

Lo “Spazio Scenico” ha iniziato le prove del nuovo lavoro teatrale di Pino Marcone “Daghela avanti un passo” che andrà in scena al “Civico” il 2 maggio. Sul titolo risorgimentale e vagamente sbarazzino non ci sono dubbi, ma oltre a essere un’anteprima sulle celebrazioni previste per l’anniversario patrio, di cui il 2009 sarà testimone, è anche un impegno verso i numerosi aderenti all’iniziativa “Compagnia del tramway”. L’associazione intende offrire uno spaccato di storia e folclore locale, poiché com’è stato scritto…“Il dialetto è quel mondo indissolubilmente legato al nostro passato”. Quest’anno, pertanto, il progetto del “Teatro in dialetto” che Lo Spazio Scenico da nove anni propone agli amanti del genere, ha per oggetto la commemorazione dei 150 anni della Guerra d’Indipendenza del 1859. A quell’epoca quasi tutta la Bassa vercellese fu coinvolta in un conflitto che vide contrapposti gli eserciti di Piemonte, Francia, e Austria, il cui fatto d’arme a noi più vicino fu la famosa Battaglia di Palestro. La città di Vercelli e numerosi paesi del circondario vissero gli eventi in qualità di retrovie e le vicende divennero, col tempo, oggetto di diari e resoconti, suppoertati da testimonianze scritte ma, più spesso, tramandate oralmente e diventate argomento di racconti quasi leggendari. In questo contesto il dialetto ha avuto un ruolo importante, poiché era la lingua parlata dalla gente comune, coinvolta suo malgrado in avvenimenti che, se non tutti fanno parte della storia con “S” maiuscola, di certo hanno lasciato tracce indelebili in quell’altra storia a torto considerata minore. Il testo del lavoro teatrale per ricordare questi 150 anni, oltre a usare il dialetto (punto focale della narrazione) propone allo spettatore un modo attuale per un’originale commemorazione: la “Convention”. Infatti si radunano in scena, osservati e a volte interpellati dal monumento a Camillo Cavour (quello dell’omonima piazza vercellese) i vari personaggi, discendenti o più semplicemente interpreti dei protagonisti di questa piccola storia locale.Incontriamo, così, una sarta di Novara che contribuì a cucire il tricolore per i “fratelli vercellesi” e mai giunto a destinazione, poiché ancora il Piemonte aveva adottato, ai primi del 1848, la bandiera nazionale. Quello stendardo rimase a Novara ma la sarta pretendeva ugualmente il pagamento del proprio lavoro. Nel “Caffè della piazza troviamo spesso un cameriere il cui antenato, si unì a Garibaldi per sfuggire alle ire della fidanzata. Da Oldenico giunge un contadino con il compito di ricordare il parroco don Battista Genta, il quale lasciò un diario sull’arrivo in paese dei garibaldini al comando di Nino Bixio.Abbiamo poi il sosia del sindaco di Vercelli, avvocato Luigi Verga, che nei giorni dell’occupazione austriaca della città fece di tutto per mantenere l’ordine e la calma dei cittadini, guadagnandosi il nomignolo di “Cavalier sì-sì”. Provenienti da Stroppiana giungono i discendenti del sindaco, del segretario comunale e del medico condotto, i quali durante l’occupazione austriaca subirono danni morali e materiali con risvolti spesso ridicoli.Da La Spezia arriva per partecipare alla 2Convention” una discendente di certa Anna Salaris, la prima cittadina italiana che il 2 giugno 1862 sottoscrisse 320 lire della Rendita al 5 per cento. Con una pala si presenta in scena un rappresentante dei manovali che distrussero gli argini delle risaie, fermando di fatto l’avanzata austriaca. In questo contesto vengono ricordati gli arrotini tirolesi che, in quel tempo si aggiravano per le nostre campagne e che altro non erano che spie austriache. Abbiamo pii tre abitanti della piazza che, pur partecipando alla “Convention” in effetti rappresentano lo spirito di questa originale commemorazione; Vittorio, la guida personale di ognuno di noi; Alessandra sarta e modista, un mestiere ormai scomparso e una maestra di deamicisiana memoria, ovvero la lontana e muta presenza di un’italietta umbertina che, nonostante tutto, ci portiamo in fondo al cuore. Poi c’è Cavour che non è rappresentato da nessuno, poiché lui è semplicemente un monumento: è vero che a volte pare di sentirlo parlare, ma è pur sempre una statua immobile, soggetta alle ingiurie del tempo e degli uomini, anche se ogni tanto, come nella commedia, qualcuno lo ricorda e gli batte le mani.

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