1.
e scarpe robuste del ragazzo sprofondavano nella neve gelida. Il suo manto marrone era imbiancato dalla brina, la barba ed il cappello nero erano completamente ricoperti di ghiaccio. Senza fermarsi, rivolgeva all’orizzonte i suoi stanchi occhi scuri..
C’era un bel sole cocente lassù nel cielo, i quali raggi illuminavano le lande innevate su cui peregrinava da giorni incontrando, durante il cammino, un paesaggio sempre uguale. Lunghe file di tronchi ornavano il sentiero ed i rami secchi degli alberi erano rivestiti da un candido biancore, e parevano rincuorati che questa nitida copertura non li mostrasse nudi in tutta la loro sgraziata sottigliezza.
Nuvole che assomigliavano a batuffoli di cotone mescolati tra loro si distribuivano armoniosamente nel cielo come in un dipinto.
Non v’era forma di vita.
Non un alito di vento.
Tutto il paesaggio s’era assopito in una dolcissima quiete;
e le ore, se davvero esistevano in quel luogo, erano scandite dall’unico rumore dei suoi passi.
Aveva iniziato il suo viaggio verso Nord più di due settimane prima: voleva andare in cerca di una giovane ragazza..
Una fanciulla graziosa, semplice, minuta, fuggita dalle vie intricate della città, abitate da stolti, cinici, insensibili, sadici.. quelle vie in cui gli Uomini spesso si addentrano. Spesso si smarriscono..
Fuggita.
Proprio così.
Per rifugiarsi nella tranquillità di una Terra immaginaria.. quella Terra di cui aveva sentito parlare nelle fiabe da bimba,e della cui esistenza le era stata confermata per grazia di un vagabondo nativo del Minnesota.. -Chissà, probabilmente quell’uomo l’aveva conosciuta, e aveva cantato la sua storia.. Ed il ragazzo, che ora andava a farle visita, udì i suoi racconti…-
Ebbene, ora era scappata lì, cullata dalla pace di una baita sperduta tra le montagne del Nord, libera di correre e saltare sui prati della Purezza, indossando una leggera veste bianca.. lontana da quel mondo riprovevole, indecente e nauseante.. saturo di parassiti senza dignità…
Conosceva quella ragazza perché aveva esplorato la sua intimità senza saperlo.. e lei, aveva sfiorato la sua con estrema accortezza.
Ricordava il rossore delle sue guance, che talvolta accarezzava amorevolmente con quelle puerili mani che egli stesso sminuiva, ma che lei trovava di tanta dolcezza; ricordava il bagliore nei suoi grandi occhi, quando la coglieva di sorpresa nelle faccende; i suoi timidi sorrisi, quando le parlava..
E quella misteriosa palpitazione quando, un giorno, incrociò le dita tra quelle di lei…
Un fiocco di neve cadde posandosi sulla linea delle sue labbra, un altro andò a deporsi sulla fronte proprio mentre alzava la testa per osservare il cielo.
Scorse in lontananza un raggruppamento di nubi tutt’altro che incoraggiante, ma non se ne preoccupò e riprese a camminare rapidamente.
Non passarono che pochi minuti, quando all'improvviso s’alzo un vento glaciale carico di fiocchi bianchissimi che si avvilupparono in ogni fenditura dei suoi vestiti, del cappello, tra i fori dei lacci delle sue scarpe e addirittura tra i ciuffi delle sopracciglia.
Non ci mise molto a ricoprire di bianco ogni spazio del paesaggio, dal cielo alle montagne, dai ramoscelli che fuoriuscivano dal terreno già per metà innevato ai cespugli, ai sassi e lungo i guadi…
La tormenta non accennava a placarsi, gli occhi ed il viso venivano tempestati incessantemente dalla neve provocandogli un certo fastidio. Era decisamente stanco. Dormire all'aria aperta coperto di sole pelli di orso non era di sicuro riposante e sperava in cuor suo di incontrare presto altre case sul suo cammino.
Avrebbe approfittato per chiedere informazioni più esaustive sul luogo verso cui si stava dirigendo.
Il paesaggio iniziava lentamente a mutare: montagne grigio scuro cominciarono a stagliarsi all'orizzonte, benché ancora molto lontane; più vicine, invece, iniziavano ad intravedersi delle luci pallide.
Era ormai sera ed il freddo stava aumentando, ma sentiva che la fortuna era dalla sua parte.
Scrutò delle sagome.
Guardò meglio e capì di cosa si trattava…
2.
n villaggio -“ pensò tra sé e sé.
Erano case, umili, disadorne, tutte allineate su di uno spiano. Quasi certamente abitate, poiché lo spessore della neve di fronte ad esse era di gran lunga inferiore rispetto al resto della zona d’intono. Evidentemente qualcuno aveva sgombrato tutto quel manto per facilitare il passaggio.
Avanzò con lentezza, contemplandosi attorno e considerando l’eventualità di bussare all’uscio di qualcuno per domandare informazioni.
Ma la gente del posto non tardò a notare la sua
presenza e, senza che egli se ne accorgesse subito, uscirono poco a poco dalle loro abitazioni, taluni spaventati, altri semplicemente curiosi, rimanendo però presso le loro porte.
Gli occhi di quegli uomini parevano svelare un immensa profondità d’animo.. ed un velo di apprensione per il nuovo venuto.
Il ragazzo li guardava senza azzardare un passo, ma si notava una certa agitazione nel suo sguardo, finché uno di loro, di certo il più audace, gli chiese con benevolenza:
-“Cosa o chi mai ti ha provocato siffatto tormento nello spirito da permetterti di sfidare ben più ardue bufere naturali per giungere sin qui?”- .
Stava per dargli una risposta, ma un anziano, scavato nel volto dai segni d’antecedente angoscia più che dall’inarrestabile corso del tempo, gli andò incontro e con tono minaccioso proferì:
-“Uomo della squallida città,”-disse –“la tua stirpe non è benvenuta tra la nostra gente. Voialtri siete portatori di scemenze. Di ottusità. Voi vi soffermate alle apparenze.. Voi soffocate i vostri stessi sentimenti con le vostre ragioni. Vivete con le vostre presunzioni, ed in esse vi crogiolate.. e con esse conducete la vostra vita. Dobbiamo chiederti di evitare il nostro villaggio.
Qui abita la gente pura. Qui si insegue il cuore…
Ogni uomo o donna che ivi giunse, con lacrime e sangue riempì i lunghi guadi che vedi scorrere. Ogni filo d’erba che tu calpesti, rappresenta un Dolore che ha dimenticato.. e calpestandolo con le tue pesantissime scarpe, non fai che ravvivare quello stesso dolore nel suo gentile animo.
Ed ogni albero sotto cui ti riposi, è stato generato dall’ultimo struggimento che quell’uomo o quella donna ha patito, la vera causa della sua partenza.”-.
Ora la sua voce, che sulle prime era tenace e rigorosa, sembrò fondersi ad un’intonazione particolarmente malinconica.
Continuò:
-“Ogni albero ha, come puoi notare, una sua forma e profumo. Ogni albero è spoglio, se il suo patimento non è ancora guarito. Oppure è rigoglioso, se le ferite del cuore sono state risanate.”-
Si trattenne un poco.
Dopo pochi istanti, il ragazzo rispose:
-“Capisco.. Provengo dal Sud, buon uomo.. Vivo solitario in una cittadina solitaria. Vengo in pace, chiedo solo delle indicazioni e magari ospitalità per la notte. Domani mattina partirò senza crearvi fastidio, vi do la mia parola.”-
L’anziano lo fissava in volto con fare interrogativo: -“E' molto strano che un abitante di città si rechi nelle costernate steppe del Nord. Per quale motivo stai viaggiando in questi territori, ragazzo?”-
Deglutì.
Abbassò la testa; stette. Poi guardò fisso il vecchio negli occhi..
-“La mia destinazione è la misteriosa terra del Nord, quella che si trova all'estremo limite del mondo conosciuto.. Lì, dove i venti soffiano impetuosi lungo il confine. Sono in cerca di una dolce fanciulla, la cui chioma fluisce e si sparge sul seno. E’ così che la ricordo meglio. E’ colei che, una volta.. fu il mio sincero amore..”- continuò –“Sono inciampato sul fianco di dodici nebbiose montagne, ho percorso e ho strisciato per sei tortuose autostrade, ho camminato nel mezzo di sette tristi foreste, sono stato di fronte ad una dozzina di oceani morti, sono stato per diecimila miglia nella bocca di un cimitero, prima di giungere fin qui.”-
Gli uomini ammutolirono, si guardavano negli occhi, non sapevano come prendere le parole dello straniero.
La ragazza di cui parlava era in realtà nota tra la gente di quella terra. Arrivò da una città simile a quella del giovane non moltissimo tempo prima. Coperto di lacrime era il suo volto ingenuo. Il cappotto che indossava, pareva essere più grande di dieci taglie: talmente esilE era il corpicino che v’era in esso.
Ma ben più immensa era la sua anima.
Così come la sua sofferenza..
Dopo poco, l’anziano lo invitò ad entrare nel suo alloggio.
La barba, le pelli, tutto del ragazzo era stato imbiancato dal nevischio. Venne introdotto in una casupola in legno e sassi, dal tetto basso, se non altro per lui.
Gli altri uomini, invece, non avevano il bisogno di chinare il capo; si tolse il cappello nero e lo ripulì dal bianco, si scrollò di dosso il ghiaccio e la neve. La stanza in cui entrarono mediante una porta in legno, era di forma circolare. Al centro bruciava un fuoco.
Di fronte alla fiamma un’altro anziano, ancora più magro e pallido in volto, sedeva tenendo tra le mani quelli che parevano dei fogli di pergamena; la lunga barba fluente si mosse quando alzò la testa per accogliere lo straniero.
-“Grande Uomo della Concordia, ti portiamo uno straniero proveniente dalle uggiose vie cittadine. Chiede ristoro per la notte. E' diretto a Nord, all'estremo Nord.”-
Gli occhi del vecchio, incavati nel volto rugoso, vagarono su quello umile del giovane e fissarono per un attimo i suoi occhi benevoli, le robuste braccia che spuntavano dalle pelli di orso e tutta la sua conformazione. -“Bene. Lo straniero sarà mio ospite questa notte, lasciate che gli parli delle misteriose terre a cui è diretto. Fate portare della carne ed un giaciglio per le sue membra stanche. Che nulla gli venga a mancare”-
La voce ferma dell’Uomo impose il comando alle genti. Questi salutarono con reverenza e, chiudendo la porta, sparirono..
Il fuoco al centro della stanza ardeva con forza, come agitato da ermetici fremiti.
3.
on un cenno della mano il vecchio invitò il ragazzo a sedere di fronte a lui e al fuoco.
Lentamente incrociò le gambe a terra provando
un’immediata sensazione di sollievo. Camminava da moltissimo tempo ormai, e non si era mai riposato..
-“Qual è il tuo nome, uomo del Sud?”- esclamò il vecchio.
- “Mi chiamo Caul. Figlio della Terra, del Cielo, dei profumi della Natura.. Nello sconfinato abisso dell’Oceano ho purificato il mio spirito, ed alla luce del Sole ho aperto il mio cuore.. per colei che conobbi ancor prima di “vederla”, in una poco distante casa di nebbia…”- Così dicendo adagiò a terra le pelli che indossava.
Due donne dai lunghi capelli raccolti in trecce entrarono inchinandosi in segno di ossequio, una appoggiò accanto allo stranierò un vassoio di carni ed una caraffa d’ acqua. L'altra, più giovane, distribuì a terra poco distante da lui alle sue spalle, un letto di pagliericcio e una coperta di panni. Dopodiché il vecchio spiegò lui:
-“Gli uomini di questo villaggio hanno timore dei viaggiatori del Sud..
Hanno paura dell’impurità del loro cuore, delle loro vedute limitate, della loro insensibilità..
Giunti sin qui, si sono liberati di ogni cosa, abbandonando le loro catene gettandole nel mondo ombroso, da cui tu stesso provieni..
Fu con la loro immensa forza d’animo che diedero vita alla Terra del Nord, l’unico luogo in cui ora possono svincolarsi dalle loro angosce, purificarsi, spogliarsi senza pudore e danzare gioiosamente sulle praterie incontaminate, coi profumi dei fiori di loto, con le melodie provenienti dai fruscii dei giunchi smossi dalla brezza, gridare al cielo la loro libertà, piroettare mille volte prima di lasciarsi cadere a terra, aspettando che i loro cuori ritornino a palpitare regolarmente, aspettando che il chiaro di luna brilli sul pallore delle loro guance, aspettando.. di morire con la notte e rinascere ogni giorno alla luce di un sole caldo e luminoso.. Se hai deciso di intraprendere questo lunghissimo viaggio per arrivare all’estremo Nord, sovraccaricato dal fardello delle tue inquietudini, significa che hai una ragione considerevole.. Cos’è che ti preoccupa figliolo? ”-
Il giovane rimase in silenzio. Rifletté sulle parole del vecchio. Poi disse:
-“Uomo della Concordia..Sono in cerca di una giovane ragazza.. ella mi ha donato un arcobaleno.. È andata al Nord, non è qui intorno.. Ma certamente è andata via dopo il tramonto senza preavviso. Non ho potuto dirle dove si nascondevano i miei pensieri segreti ma aveva comunque un modo di ritrovarli.. Mi ha donato parole con il sussurro del vento”-
Gli occhi dell’anziano si tinsero di viva apprensione per il ragazzo; notava dell’affetto nelle sue parole per quella fanciulla.
Sorseggiò del caldo infuso di ginepro.
Successivamente scrutò più attentamente gli occhi del giovane.
-“Comprendo il tuo stato d’animo. Mi spinsi fin qui per la tua stessa ragione”-.
Sorrisero entrambi.
-“Cosa farai ora, ragazzo mio dagli occhi scuri?”-
“-Andrò via all’alba, prima che la pioggia inizi a cadere. Camminerò nel profondo della più profonda e nera foresta, dove la gente è tanta e le loro mani sono completamente vuote, dove i proiettili avvelenati contaminano le loro acque, dove la casa nella valle incontra la umida e sudicia prigione, dove il volto del boia è sempre ben celato, dove brutta è la fame e dimenticate sono le anime, dove nero è il colore, zero il numero. Lo dirò, lo penserò, lo pronuncerò, lo respirerò e lo rifletterò su una montagna così che tutte le anime possano vederlo, attraverserò la realtà e la finzione.. per arrivare a lei..”-.
Il saggio e lo straniero parlarono molto quella sera. L'indomani Caul abbandonò il piccolo villaggio di primo mattino, il vecchio lo salutò con uno sguardo d’intesa dalla porta della sua umile casa. Alcune donne lo videro allontanarsi a Nord. L’acqua ed il cibo che gli era stato donato da una giovane del villaggio gli fu di sostegno durante il cammino. Dopo una scarpinata durata ore, i monti sembrarono molto più vicini. Il sole risplendeva alto e la bufera di neve s'era placata, tutto attorno v’era una calma irreale.
4.
rrivò il giorno dopo, finalmente, ai piedi delle imponenti montagne di ghiaccio e roccia che svettavano caparbie contro il cielo pallido. Il suo cammino continuava tra le rupi dei monti, tra strette gole ed ampi spazi di pietra e brina, mentre un vento freddo soffiava tra quelle cavità.
Caul attendeva di arrivare in vista della terra di cui tanto aveva sentito parlare, ora era certo della sua esistenza. L’unica cosa che desiderava, più di ogni altra cosa in quel momento, era di poter abbracciare la sua ragazza.
Attraversò la parte inferiore delle montagne giungendo sino ad una pianura di neve addensata e soffice. Ad un tratto, un vortice di vento oltrepassò le braccia degli alberi proiettandosi contro, levandogli il cappello dalla testa.
Rincorrendo il copricapo per alcuni metri, s’ accorse di trovarsi non più tra le superfici innevate, bensì in un prato fiorente.
Alzò lo sguardo.
Non gli parve vero.
Il cuore cominciò a battere all’impazzata..
In mezzo alla distesa verdeggiante c’era una baita costruita in legno, senza finestre, ma contornata di fiori e piantine ben curate.
Presso alla casupola v’era situato un guado in cui scorreva un ruscello dalle acque limpide e trasparenti.
Pareva che l’inverno, unicamente in quel punto, non vi fosse mai giunto.
-“Sarà lì che dimora la mia dolcissima innamorata?”- si chiese. Il cuore era ormai all’apice della sua pulsazione.
Cosa le avrebbe detto?
Le avrebbe sì narrato dell’interminabile viaggio appena intrapreso, di tutto ciò che vide lungo il cammino, del profumo dei fiori che era riuscito ad annusare nonostante fossero coperti dalla neve, degli alberi spogli e contorti, del racconto del vecchio di quel villaggio in cui ricevette riparo ed ospitalità.. O, semplicemente, l’avrebbe stretta in un tenero abbraccio e ricoperta interamente di baci.
Non se ne preoccupò: la sua felicità di averla ritrovata ma in maggior misura il desiderio di rivederla era più forte di qualsiasi altro pensiero ora nella sua testa.
Si avviò verso la piccola struttura di legno.
Bussò all’uscio.
Nessuna risposta.
Appoggiò la mano sulla maniglia della porta e, con sua sorpresa, le si schiuse con una leggera pressione..
Guardò con attenzione al suo interno.
Ad un angolo, vi era un piccolo materasso realizzato in stoffe grigie e viola su cui erano situate delle mele rosse e quattro pesche senza ossa; un caminetto di pietra, in cui ardeva un fievole fuocherello, era scavato nella parete proprio di fronte alla porta; alcune pietre colorate erano disposte a cerchio sul pavimento; c’erano delle scarpe di tela ai piedi del giaciglio, fiocchi di seta multicolori fissati alle pareti che donavano vita all’ambiente..
Alcuni petali di girasoli erano sparsi un po’ ovunque: sul suolo, sul cuscino del letto, su alcuni fogli di cartapecora, e sui ripiani di legno, a qualche metro dal pavimento..
Ma di lei non c’era traccia..
Uscendo di lì, provò a chiamarla con un nome che neanche egli sapeva.. corse in mezzo agli alberi situati a breve distanza dalla casetta, cercò tra i cespugli e dietro i macigni. Ma invano..
Stanco ed avvilito, fece ritorno alla casupola.
Non sapeva a cosa pensare.
Forse lei non esisteva..
Forse non era mai esistita.
Forse era stata un sogno coltivato nell’inconscio, uno spettro realizzato dai giochi di luce nel buio di quelle notti insonni.. E quelle lunghe conversazioni con lei erano, invece, conversazioni con se stesso: domande e risposte che egli si formulava tante volte ed alle quali, poi, dava risoluzione..
L’immagine di un essere puro, grazioso , e semplice come quella piccola ragazza, gli era servita a tornare indietro, ad allontanarlo- anche se per poche occasioni- dal faticoso compito dell’essere adulto.. per perdersi di nuovo tra quelle spensierate fantasie fanciullesche.. e riprovare teneri ed innocui batticuori..
Forse era stata un abbaglio. La sua pelle, i suoi occhi, le sue labbra, il suo profumo, i suoi capelli…
Non c’erano.
Non erano mai esistiti.
Appena uscì, sistemò il suo pastrano di pelli d’orso ed il suo cappello. Rimosse i resti della neve dalle scarpe di cuoio e si voltò per dare un’ultima occhiata a quella casa, ma…
Era inaspettatamente scomparsa nel nulla.
Eppure non se ne meravigliò più di tanto e riprese a camminare..
Ad un tratto, vide dirigersi verso di lui un pezzo di carta accompagnato da quel vento debole e pacato che tanto amava..
Gli si accostò proprio sugli stivali.
Lo raccolse. E vide che c’erano scritte delle parole:
..desideravo scomparire tra abeti irreali,
piogge di neve avrebbero camuffato le mie lacrime
e riscaldato il mio cuore, ben più gelido ed inafferrabile
di quei fiocchi d’ovatta..
La nebbia, quietamente, avrebbe coperto le mie impronte scendendo fino a pochissimi metri dal suolo,
e non avrebbe permesso a nessuno di venirmi a cercare
tra le alture di questa terra inesistente..
Ma se è così forte il potere del tuo sentimento,
se impetuoso è il vento che ti accompagna col suo furore,
se irrefrenabili sono le tue voglie,
allora saprai sciogliere con la tua energia
la neve che intacca il mio cuore,
dissipare la nebbia che mi rende cieca,
e raggiungermi prima che scompaiano le mie orme..
Ed io con loro.. E.
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