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Benjamin Kunkel Indecision,

Letto: 107 volte | Commenti: 0 | Postato il: 02-06-2006

LO SCRITTORE AMERICANO PRESENTA IN ITALIA IL SUO ROMANZO BESTSELLER
Benjamin Kunkel Indecision  Rizzoli

Consigliato alla classe 70

Kunkel: giovani Holden crescono adesso sono «grunge» e indecisi di Anna Sartorio


Benjamin KunkelTORINO. Di lui hanno detto molto, e molto è sbagliato. Quando il suo romanzo d’esordio, Indecision, nel 2005 uscì negli Stati Uniti aggiudicandosi in fretta la fascetta di bestseller (50 mila copie in pochi mesi), i pur entusiasti critici lo presentarono sbrigativamente come «un ragazzino grunge cresciuto in Colorado». Sbagliato. Vero che Benjamin Kunkel, classe 1972, è nato a Glenwood Springs (che in effetti si trova in Colorado), però con la generazione ribelle e nichilista del grunge c’entra poco.

Basta guardare come siede a tavola, in un ristorante torinese di fronte alla scuola di scrittura Holden (quella di Alessandro Baricco), dov’è venuto a tenere un seminario e a parlare del suo libro, tradotto da Rizzoli (ma il titolo è rimasto quello inglese). Biondino, sbarbato, camicia azzurra sotto giacca marrone, lentiggini, unghie corte e pulite, mani forti. A vederlo sembra un ventenne fresco di college. Parla a voce bassa ed è gentile nei linementi e nei modi. Lui, per esempio, non si sognerebbe di accoltellare una bistecca. Lui è vegetariano: «Solo pesce e verdura».

L’equivoco del grunge nasce per via del suo personaggio, Dwight B. Wilmerding, un newyorkese di 28 anni che vive come ne avesse 18 e che con quattro amici, indolenti come lui, divide droghe, sabati alcolici, un lurido appartamento a due passi da Ground Zero e una cronica assenza di progettualità. L’indecisione di Dwight si chiama abulia, così diagnostica un amico studente in Medicina, e la cura ha il nome di Abulinix, una pillola sperimentale che in due settimane gli toglierà di mezzo qualunque incertezza. A Dwight non pare vero. Finalmente non resterà più con la forchetta a mezz’aria, incapace di scegliere da quale parte affettare il tacchino di Thanksgiving. E nemmeno dovrà più tirar per aria la monetina ogni volta che la sua (pure lei indecisa) fidanzata gli chiede se vuole uscire oppure no.

Il legittimo dubbio che si tratti del solito romanzo autobiografico si scioglie presto. Sul finire di un piatto di asparagi il giovane Kunkel condanna la sua stessa generazione, ancorata con saldezza alla gonna di mamma. «L’indecisione è una malattia del benessere», annuncia. Ma se il suo non è un romanzo autobiografico, il celebre «Madame Bovary c’est moi» di flaubertiana memoria dove lo mettiamo? Kunkel sorride. «Non ho avuto bisogno di prendere un allucinogeno, come Dwight, per risvegliare la mia coscienza politica», dice, sorvolando sull’interrogativo se avesse una coscienza politica prima di assumere Lsd o se l’Lsd non l’abbia preso mai. Kunkel, deciso, sorvola, e racconta di quando la severissima Michiko Kakutani, badessa dei critici del New York Times, paragonò il suo romanzo al Giovane Holden di Salinger.

Lei diede la stura, e adesso non si riesce più a pronunciare il suo nome senza associarlo a Salinger (sarà per questo che, a Torino, il seminario si tiene alla Holden?). Kunkel pare stufo del paragone: «Intanto ho letto Il giovane Holden a 15 anni, e se sono stato influenzato da qualcuno, questo è Italo Svevo. E poi non è un gran complimento». Come? Uno viene paragonato a Salinger e la prende male? «All’inizio no, ma poi ho scoperto che qualche anno fa la rivista The Believer pubblicò una mappa di tutti i romanzi americani paragonati a Salinger. Sono molti di più di quelli non paragonati».

Intanto il ristorante si svuota, ma c’è ancora una curiosità: poiché Indecision diventerà presto un film, Kunkel non sarà di quei furbastri che scrivono con un occhio già a Hollywood? «Non sapevo nemmeno se l’avrebbero pubblicato, figuriamoci il film». Però sarà soddisfatto. «Dal mio libro possono fare pure un balletto o un’opera lirica, ma sia chiaro che diventa un’altra cosa. Non puoi prendere un’arancia, trasformarla in mela e dire: non è una buona arancia. Semplicemente non è più un’arancia». Carina la metafora, ma è sicuro di non avere mai provato l’Lsd?

la Stampa


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