| INTRODUZIONE
Agli inizi degli anni sessanta, quasi tutti i seminari, specie nell’Italia del sud, pullulavano di ragazzi che studiavano per diventare preti.
Pochi erano “chiamati” dal Signore e, con impegno e abnegazione, raggiungevano la meta sublime del sacerdozio; poi, con amore e capacità e con la gioia nel cuore, svolgevano la loro missione nelle varie parrocchie, o in ogni altro offizio, per la cura delle anime e la gloria del Signore.
Molti, invece, entravano in seminario per motivazioni diverse, che il più delle volte erano da ricondursi alle situazioni di disagio economico ed ambientale, alla scarsa possibilità di proseguire negli studi, al desiderio di ritagiarsi una migliore posizione sociale e di condurre una vita più dignitosa.
Alcuni di questi riuscivano a diventare preti e miglioravano le loro condizioni di vita, ma non consideravano la loro opera una missione; di conseguenza, se erano persone corrette, svolgevano il mestiere anche abbastanza bene o comunque “sanza infamia e sanza lodo”; in caso contrario, contribuivano ad allontanare i fedeli dalla grazia di Dio.
Gli altri, più correttamente, quando col maturar degli anni capivano di non essere fatti per diventare sacerdoti del Signore, abbandonavano il seminario ed andavano per la loro strada.
Le “vocazioni”, specie quelle facili, involontarie od opportune, si verificavano per ovvi motivi soprattutto nei paesi di montagna, quelli più distanti dai grossi centri e anche più poveri e disagiati.
Damnic andò in seminario perché l’aveva promesso a suo padre, che era morto pochi mesi prima, e anche perché qualcuno si adoperò per farcelo entrare a spese dell’Enaoli, l’ente pubblico che assisteva gli orfani.
Il libro riassume gli otto anni della sua vita di seminario, dalla prima media alla maturità classica, e si concentra soprattutto sugli avvenimenti degli ultimi mesi, quelli decisivi.
Per un motivo o per un altro, si trovò a girovagare per vari seminari. Frequentò i tre anni delle medie, i più difficili, a Piedimonte D’Alife, i due del ginnasio a Cerreto Sannita e i tre del liceo in tre diversi seminari: il primo a Benevento, la città delle streghe, il secondo ad Aversa, la città dei matti, e il terzo a Caserta, la città della reggia.
Il suo comportamento fu abbastanza anomalo. Cercò di coniugare i doveri tradizionali con i suoi convincimenti personali, ma ne scaturì un modo di fare che mal si conciliava, specie nel suo tempo, con il concetto corrente del seminarista.
Entrato in seminario solo per studiare, ad un certo punto si convinse – così almeno gli parve – di doversi far prete, ma aveva un debole per le ragazze. Questo fu il suo dilemma di fondo. E intorno a questo dilemma si svolge la trama del periodo che lo condusse ad una decisione, forse illogica, non sufficientemente ponderata, forse non voluta, certamente sollecitata, se non proprio determinata, anche da evitabili situazioni contingenti.
Spesso, nella vita, sono proprio i momenti occasionali a determinare le scelte fondamentali, quelle che non danno possibilità di ritorno. Bisognerebbe, in quei momenti, prendersi il tempo necessario, non lasciarsi condizionare da nessuno, esplorare i più remoti meandri dell’anima, tenere a bada le ripicche istintive, valutare con serenità e serietà le motivazioni e le conseguenze e decidere, quindi, nella massima consapevolezza.
Nel momento cruciale, Damnic tutto questo non lo fece. E non seppe valutare se la sua fu una vera “chiamata” non corrisposta o più semplicemente una opportunità di crescita e formazione, per la quale si sentì comunque – e tuttora si sente – riconoscente ed obbligato.
Senza dubbio quel periodo ha lasciato un’impronta indelebile nella sua vita.
L’autore |